(testi tratti da “Terre e Castelli” di M. Scataglini, edito da Penne&Papiri)
Lungo la valle del fiume Marta (e dei fiumi vicini) si trovano le testimonianze di un numero notevolissimo di castelli. Questa abbondanza di siti fortificati è giustificata dalla posizione strategica della valle, che nel corso di molti secoli ha rappresentato il collegamento principale tra le aree costiere, con i loro porti, e l'interno, dove passavano alcune importanti vie di comunicazione, come la Cassia, la Clodia o la Francigena percorsa dai pellegrini. Il tutto in un'area che è stata a lungo terra di confine. Lungo questa direttrice, ovviamente, oltre alle merci e ai viandanti, potevano passare anche pirati saraceni o eserciti nemici: ovvio, dunque, che per controllare meglio il territorio si sia deciso di edificare numerose fortificazioni. D'altra parte, su questa direttrice sorgono anche le tre principali città della Tuscia, quelle che nel medioevo si contendevano il primato economico e militare: Tuscania, Viterbo e Tarquinia, anzi Corneto, come si chiamava allora la città medievale sorta a breve distanza dal sito antico (Pian della Civita). I continui scontri tra le municipalità, diede ulteriore stimolo alla creazione di castelli, fortezze e fattorie fortificate. Il maggior numero di questi siti era compreso in quello che un tempo fu il territorio del Comune di Tuscania: trovandosi in mezzo, tra il mare e Viterbo, non sembra certo strano che Tuscania abbia provveduto a ben munirsi militarmente! Secondo Francesco Giannotti, che nel XVI scrisse una “Storia di Tuscania”, quest'ultima aveva “nel suo istesso territorio, circa sessanta castelli et più, compresi alcuni che anco fuori del d.to territorio erano, intorno intorno, che hoggi sono quasi tutti ruinati, et ne restano le vestigie et le memorie in essere, et li nomi moderni di essi, che de alcuni crederò che dal tempo siano forse mutati, de' quali anco li statuti di detta Città fanno spesso mentione et de' quali alcuni sono nominati da li scrittori”. Sessanta castelli! E l'autore ne fa poi un ampio e dettagliato elenco. Davvero un peccato che di molti di essi si siano definitivamente perse le tracce (ammesso che siano davvero esistiti tutti...). In verità verrebbe da dubitare del fatto che una città, seppure di notevole potenza e influenza politica, potesse avere alle proprie dipendenze, direttamente o indirettamente, un simile numero di siti fortificati. Anche dando per scontato che una gran parte dei “castelli” fosse in realtà costituita da fattorie fortificate, il numero resta impressionante. Secondo il Silvestrelli ( Giulio Silvestrelli “Città Castelli e Terre della Regione Romana” ISR 1940), “...Il territorio di Tuscania, sino a tutto il secolo XI, arrivava al Mignone comprendendo Corneto, che nel secolo seguente si rese indipendente. [...] Ebbe alla sua dipendenza molti castelli, costringendo colle armi, come allora facevano tutti i grandi Comuni, i baroni vicini a prestargli omaggio feudale. Il Campanari ed il Turriozzi danno una lista di tali castelli con qualche esagerazione. Essi arrivavano ad una cinquantina. La maggior parte sono adesso diruti”. Dunque qualche esagerazione c'è stata! Però anche cinquanta fortificazioni sono un bel numero. Per Silvestrelli “nulla si conosce di Castel Brando, Castel Bronco, Castelluzzo, Cervaro, Gario, Graditella, Salumbrone, Tergiano. Muscettole figura negli atti del Sinodo di Montalto (1356) a proposito di una chiesa di S. Lorenzo. Ritiene il prof. Signorelli che lo scrivano del documento abbia errato e scritto Muscettole invece di Montalliano. Il Campanari pone Muscettole fra i castelli di Tuscania. Ritiene pure il Signorelli che Pantalla e Patella fossero lo stesso castello”.
Insomma, ci sono diversi doppioni, disguidi, sovrapposizioni. Un elenco abbastanza completo, che possiamo prendere come credibile punto di partenza per una seria esplorazione del territorio compreso tra il fiume Mignone e il Fiora, alla ricerca dei suoi antichi castelli, è quello fornito da Martinori (“Lazio Turrito”, 1934): “la costituzione del comune civico di Tuscania si fa rimontare al sec. XI, ma prese sviluppo nel sec. XII. Ebbe alla sua dipendenza i seguenti castelli, la maggior parte dei quali sono oggi diruti: Acquabona, Ancarano, Araldo, Arlena, Arunta, Brando, Bronco, Canino, Carcarella, Cardinale, Castelluzzo, Cellere, Cervaro, Civitella, Cordigliano (Contigliano), Gario, Ghezzo, Graditella, Gronde, Lardo (Castel), Leona Massuccio, Montebello, Montalto, Montalliano, Monte Rombolo, Muscettole, Musignano, Pantalla, Patella, Pian Fasciano, Pian di Mola, Pianiano, Piansano, Pian Storcano, Pietralta, Pietro Cola (torre di), Rispampani, San Giuliano, San Martino Colombacio, San Savino, Tergiano, Tessennano”. E fanno 42: sempre un numero importante.
Ma di quanti castelli possiamo conoscere almeno il sito dov'erano collocati anche se a volte non ne rimangono tracce evidenti?
Possiamo dire di un numero molto alto, sebbene nella maggior parte dei casi sopravvivano solo i toponimi. A volte troviamo tracce di muratura, spesso di difficile attribuzione, mentre esistono numerosi casi in cui il castello non solo esiste ancora, ma si è trasformato in un abitato tuttora vitale: è quanto successo ad esempio a Canino, Cellere, Arlena di Castro o Piansano, un tempo castelli pertinenti a Tuscania ed oggi comuni autonomi.
Nell'atrio del comune di Tuscania, similmente a Viterbo, si trova una galleria di piccoli affreschi riproducenti i principali castelli pertinenti alla città. Chiunque abbia avuto modo di visitare i siti reali, si renderà facilmente conto che quelle rappresentazioni pittoriche, pur affascinanti, sono completamente fantasiose...
La gran parte parte dei castelli oggetto della mia ricerca non esiste più. Nei casi più estremi, nemmeno è nota l'area dove sorgevano, e si deve andare a intuito. Di rado, quando è almeno noto il toponimo, possiamo però dire quale fosse il punto esatto in cui cercare qualche testimonianza. Nei casi più fortunati, sul sito del castello scomparso è stato edificato un casale, che ne ha magari inglobato una parte delle strutture murarie, o che almeno ne perpetua il nome; a volte -e sono le situazioni che preferisco- qualche rudere, tratti di mura, pezzi di torri, restano lì a segnalare che proprio quello è il punto “giusto”.
ACQUABUONA – Acquabuona, o Acquabona, era un piccolo castrum agricolo nella parte occidentale del territorio di Tuscania. Venne probabilmente fondato nel XIII secolo, e nel 1274 è acquistato, secondo il Turiozzi, dai Tuscanesi, per assegnarlo ai Salimbeni di Tessennano; nel 1323 risulta ceduto al vescovo di Viterbo, Angelo Tignosi, per risarcire il prelato della perdita di alcuni terreni della Chiesa che erano stati illecitamente occupati da privati. Nel 1348 è nominato in un contratto di compravendita, poi sembra sparire nel nulla. Non è noto se ne restino tracce e d'altra parte è difficile anche identificare l'area in cui cercare.
CERVARO – Le rovine del castello dovrebbero essere, secondo Simonetta Conti (“Le sedi umane abbandonate”, 1980), “sulla riva destra del Marta, in quel territorio fra un ansa del Marta stesso e il fosso della Mignattura, presso gli altri due castelli medievali, anch'essi scomparsi, di Pian Fasciano e di Ancarano”. In questo punto, però, non sono riuscito a vedere tracce di murature. Il castello, come gli altri due, serviva al controllo delle “strette” del Marta, in una zona strategica e per di più dotata di un guado.
TORRE DI PIETRO COLA – Si trovava a E del torrente Arrone, nel territorio che ancora oggi sulla Carta Tecnica Regionale si chiama Pian di Pietro Cola. E' il ventunesimo castello della lista di Giannotti, che lo chiama Castel de Pietro Cocolo, “così detto ancor hoggi, che fu poi de' Ciglioni, famiglia nobile et antica de Toscanella”. Il Campanari ci spiega anche l'origine del nome: “del castellare di Pietro Cola assai presso di Gronde, [...] esiste meno che mozzata una grossa torre che dicono pure di Cola ed è nella tenuta di Pian di Vico; perciocché questo castello fosse ancor de' Farnese; e forse di Pietro d'Ancarano, figlio di Gianniccolò chiamato parimenti Gian Cola: voglio dire di quel celebre Pietro d'Ancarano, ossia Pietro (di) Cola, gran savio di legge”. All'area si accede prendendo dalla Tarquiniese (sp 3) il bivio a destra per la strada consorziale Pian di Vico, e voltando poi a sinistra sulla strada vicinale che conduce al casale con questo nome (oggi trasformato in elegante struttura ricettiva) da cui si gode un'eccellente visuale del territorio.
SALAMBRONE (o Salumbrona) - “Restano avanzi delle mura demolite del castello, del quale era assai vicino il fiume Marta ne' lontano molto castell'Araldo”, scrive il Campanari. Oggi, a dire il vero, non restano nemmeno tracce di mura, ma il nome è attribuito all'unica vera cascata naturale del fiume Marta, che si può raggiungere seguendo la strada vicinale del Castellaccio (che si stacca dalla Martana a circa 5 km da Tuscania) sin quasi alla fine: il salto d'acqua è alle spalle dell'agriturismo. Molto bello, ma poco visibile a causa della folta vegetazione e per la mancanza di un buon affaccio panoramico. Prendendo (a piedi o in bici) la strada sterrata, presto in ripida discesa, che inizia di fronte all'agriturismo (sul lato destro della strada del Castellaccio, arrivando), si entra nella valle del Maschiolo, raggiungendo così anche la sorgente sulfurea dell'Acquaforte.
PIAN DI MOLA – Dei 62 castelli citati da Francesco Giannotti, “il quarantesimo ottavo è Piandemola, fra li due fiumi [cioè alla confluenza tra Maschiolo e Marta], del quale si trova che del'anno 1215 ne era patrone il conte Nicolò di Ranuccio Pepone di casa Farnese, et che sotto li 5 di settembre concesse et donò a li frati [ chiamati Trinitari dei Piani di Mola] et monasterio de la Ternità di Toscanella che potessero, per il suo territorio di Piandemola detto, andare, stare et passare liberamente et condurre acqua dal fiume Marta al detto Monasterio, come per istrumento publico si può vedere. La qual chiesa fu poi consacrata del 1246, come in una pietra quivi trovata”. Il monastero (la Trinità sul Piano di Mola), fondato nel 1108 da un tale Niccolò di Adilario, risulta abbandonato alla fine del XII secolo, per essere poi restaurato e riconsacrato nel 1246. Il definitivo abbandono risale al 1589. Al tempo di Campanari la chiesa si vedeva “ancora in parte reggersi in piedi tra le disfatte e diroccate mura del modesto abituro”. Per Simonetta Conti a protezione della chiesa sorse anche un piccolo castello. Di quest'ultimo e della chiesa, nonostante accurate ricerche, non sono riuscito a trovare resti murari, probabilmente compresi in qualche proprietà privata non accessibile. Subito dopo la ripida salita che dal ponte sul Maschiolo (dov'è la cartiera) sale a Pian di Mola, sulla sinistra, si vede una casa che ingloba una sorta di chiesetta, con abside laterale. L'edificio è completamente moderno, ma sembra rinviare all'antico insediamento monastico almeno dal punto di vista ideale...
CASTEL BRONCO (o Broco) - A breve distanza da Tuscania, in direzione di Marta, sorgeva un castello a dominio dell'Abbazia di San Savino: i ruderi di quest'ultima sono ancora visibili sulle rive di un torrente affluente del fosso Acquarella. La prima attestazione nota risale al 1778, allorquando sostituisce quella precedente di castrum Sancti Savini, dovuta al nome del monastero che almeno sin dal sec. X era stato costruito alle pendici sud-occidentali del pianoro del castello. Resta incerta la data di fondazione e la maggior parte delle notizie disponibili risalgono al periodo della sua cessione ai Templari da parte di Tuscania, databile intorno al 1295. Nel 1311 e per i successivi due anni il castello è dato ai Farnese, mentre passa agli Orsini nel 1317: nel novembre di quell'anno, però, un esercito inviato da Viterbo, con mille uomini armati al comando di Turella di Fidanza Capocci, lo conquista, ricavandone un bottino di 10.000 fiorini d'oro, oltre a un gran numero di prigionieri. In seguito a questi eventi, Castel Bronco diventa la base utilizzata per compiere scorrerie ai danni dei mercanti diretti a Tuscania. Nel 1320 il fortilizio viene quindi restituito dapprima agli Orsini per ordine di papa Giovanni XXII e subito dopo ai Farnese. Ma la sua sorte è oramai segnata: considerato troppo alto il pericolo che torni a essere base per i banditi, viene presto abbandonato; sopravvive solo l'abbazia di San Savino, sebbene seriamente danneggiata dal sisma del 1349. Un documento del 1761 descrive la zona come oramai totalmente deserta. Nonostante la vicinanza alla città e alla strada, questo comprensorio appare ancora così: solitario e verdissimo, carico di storia e magia, e soprattutto di memorie.
MONTEBELLO (Castellaccia) - “Giacomo di Guidotto di Bisenzio” scrive Secondiano Campanari, “edificò nel 1260, permettendolo il Comune, il Castello di Montebello”, mettendolo da subito al servizio del Communis Tuscanae. Anche secondo il Silvestrelli le cose andarono in questo modo. In realtà, al momento della fondazione, il territorio in questione sembra appartenere a Corneto, ed è a quest'ultimo dunque che Giacomo (o Jacopo, secondo altri testi) chiese il permesso di edificare un castello. In cambio, si impegnò a versare 300 libbre di denari pisani per l'acquisto di una casa in paese, divenendone così a tutti gli effetti cittadino, oltre a fornire ben (!) due soldati armati di tutto punto e ad aprire il tenimento di Montebello al pascolo e al bestiame, senza prendere alcuna tassa.
Una interpretazione di come andarono i fatti la offre il Martinori, secondo il quale Montebello “era uno dei tanti castelli soggetti a Tuscania. Fu eretto col consenso di quel comune [...]. Troviamo poi nei documenti della Margarita Cornetana un atto, del 2 settembre 1262, col quale anche il Comune di Corneto concede al medesimo Giacomo facoltà di edificare il castello”, con gli obblighi citati sopra. Insomma, visto che siamo proprio sul confine, il permesso all'edificazione venne richiesto e concesso da entrambe le municipalità. Meglio abbondare... Montebello venne distrutto nel 1353 dal prefetto Giovanni di Vico nel periodo in cui occupava Toscanella.
SAN GIULIANO - Poco distante dal bivio per Pian di Vico e subito prima che la strada volti nettamente a destra in direzione di Arlena di Castro (la sterrata che procede diritta conduce invece a Canino ripercorrendo la Clodia), si trova a sinistra il bivio per San Giuliano. Di insediamenti con questo nome ne esistono in realtà due: il primo che si incontra (un grumo di casali in mezzo alla campagna) è chiamato San Giuliano Vecchio, ed è un insediamento nato in epoca repubblicana e imperiale romana, sopravvissuto sino all'età paleocristiana, ma probabilmente di fondazione ancora più antica, come provano i ritrovamenti, nell'area circostante, tra l'Arrone, il fosso della Tomba e il fosso della Cadutella, di diverse necropoli etrusche. Non lontano, si raggiunge poi il borgo di San Giuliano, compreso all'interno di una vasta tenuta dello SMOM (Sovrano Militare Ordine di Malta). Si tratta di un interessante esempio di insediamento agricolo, che nel suo aspetto attuale sembra risalire al XIX secolo: comprende alcuni fabbricati, un casale e una chiesetta. La sua presenza rieccheggia quello di un insediamento assai più antico, connesso alla “rete” di castelli presenti nei dintorni (Castel Ghezzo, Torre di Pietro Cola, Castel D'Arunte): sorse infatti come abbazia intorno all'anno 1000, per decadere durante il XIII secolo, quando Innocenzo IV la concesse ai vescovi di Viterbo e Tuscania. Nel 1258 Bonifacio di Girardo tentò di trasformare l'abbazia in un castello, ma la sua iniziativa si scontrò con la volontà di papa Alessandro IV di farne un monastero per l'ordine delle Clarisse. Alla metà del XV secolo San Giuliano venne infine fortificato, per poi decadere in fretta, rimanendo “a bandita per la Mensa Episcopale di Toscanella” come scrive il Giannotti.
ARUNTA (Castell'Arunte) - Alla confluenza di due piccoli fossi con l'Arroncino si notano i ruderi di un piccolo insediamento medievale, nelle carte detto Castel Darunto. L'elemento che più salta agli occhi -e anche l'unico- è una torretta, visibile dalla strada di Poggio della Ginestra (che si prende dalla Tarquinese), a circa 7 km da Tuscania (una piacevole passeggiata in bici, visto che questa strada è poco frequentata dal traffico automobilistico). La torre è all'interno di una proprietà privata, e quindi per darle un'occhiata più da vicino occorre chiedere il permesso: non ne vale molto la pena, perché ci sono molti elementi di disturbo, che da lontano si notano poco, ma che da vicino riducono di molto la suggestione. In effetti, Arunta è più godibile da lontano, contestualizzata, per così dire, e per questo ho cercato di identificare dei punti panoramici in grado di farla meglio apprezzare. Ve ne consiglio un paio: la prima è la collina, su cui si trova un casale, raggiungibile se si continua sulla strada e si volta a destra per una sterrata; la seconda è l'estremità della strada che porta a Pian di Vico. Da questi punti si riesce bene anche a comprendere il nome del castello, che deriva dal termine “diruto”, corretto poi in Darunto e Arrunte, con richiamo delle tradizioni sull'omonimo figlio di Tarquinio il Superbo (LIV. II,6).
CASTEL GHEZZO - Lungo il fiume Arrone, e anzi a ridosso di un importante guado di questo torrente, si trova uno splendido casale, le cui murature inglobano importanti resti medievali. Si tratta dell'ultima testimonianza di Castel Ghezzo, di cui risulta signore, nel 1113, un tal Pepone, ghibellino. Una visita a Castel Ghezzo è comunque un'esperienza di grande intensità, anche per notare le contraddizioni di questo territorio. Dalla sp 4 (la strada Dogana per Montalto di Castro) si raggiunge l'incrocio per Tarquinia che passa per la Roccaccia (a sinistra): poco oltre, quasi di fronte, a destra inizia la strada di Castel Ghezzo, sterrata. La strada scende abbastanza decisamente, per poi dividersi in due. Si tralascia quella a sinistra che porta ad alcune installazioni agricole e si segue a piedi quella a destra che in breve conduce alla stradina di accesso per i casali di Castel Ghezzo. Il castello vero e proprio è il casale più grande, e chiaramente più antico, che come detto ingloba ampi tratti di muratura medievale. Il luogo è splendido, e meriterebbe di essere conosciuto e apprezzato per quello che è: una perfetta fusione di storia e natura, che dev'essere salvaguardata da una fraintesa idea di modernità...
FORTIFICAZIONE DELLE SCALETTE - Il sito fortificato delle Scalette, a Tuscania, venne edificato, probabilmente intorno al XII-XIII secolo, su uno sperone di roccia dalle pareti verticali e dunque inespugnabile, lungo il tragitto di un'antica strada etrusca (rimasta in uso fino alla fine del periodo medievale) che dalla riva sinistra del Marta (dove oggi c'è la Cartiera) risaliva il pianoro passando per la Necropoli delle Scalette (dove ancora si possono osservare molte tombe e un bel colombario) e si riconnetteva al tragitto dell'attuale statale Viterbo-Tuscania, all'altezza della curva del km 19,00. La tagliata che venne scavata per superare il dislivello, profonda oltre 12 metri, è oggi difficilmente transitabile a causa della vegetazione e dei crolli, ma comunque ben leggibile. La fortificazione, per la sua posizione, poteva controllare agevolmente la via di transito, utilizzata un tempo (come in fondo ancora oggi, visto che la strada moderna corre affiancata, sebbene appena più in alto) per arrivare a Tuscania da Viterbo, ma anche la vallata del Marta. Non ci sono molte notizie sull'edificio: si conservano mura dello spessore di circa un metro e venti, per un'altezza intorno a 1-2 metri, oltre ad alcuni pozzi granari e alcune fondamenta di una torre. Probabilmente chi presidiava il sito risiedeva in capanne di legno, o sfruttava le diverse tombe etrusche che si trovano anche all'interno del perimetro fortificato. Il sito si trova, sebbene poco visibile, appena al di là del guard-rail della curva poco prima del km 19,00 della Viterbo-Tuscania (venendo da Viterbo. La curva è molto ampia e facilmente riconoscibile). Si può parcheggiare nei pressi dello slargo della stradina che si incontra a destra (bivio per La Doganella), attraversare con prudenza (è molto trafficata!) la strada e scendere al di là del guard rail seguendo l'impluvio di un piccolo fosso. Appena scesi di 15-20 metri rispetto alla strada moderna, si vedrà sulla sinistra la traccia evidente della strada antica, pochi metri al di sotto, ma perfettamente parallela alla strada moderna. Per tracce ci si dirige in quella direzione, si passa il fossato e si continua in discesa entrando nella tagliata etrusca. Quasi subito, in alto a destra, si vedranno le mura della fortificazione.
